 |
 |
Interludio: Principi e Re (estate dell'anno 77, nella regione di Hathor) |
 |

21-01-2010, 22.22.55
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Interludio: Principi e Re (estate dell'anno 77, nella regione di Hathor)
In piedi, accanto ai corpi dei due soldati di Arcil che aveva fatto uccidere, Sakarân si voltò nel sentire un cavallo che si avvicinava. Un giovane, forse uno di quelli che vivevano nella fattoria sulla collina, cavalcava verso di loro, con evidente noncuranza; armato solo di un piccolo pugnale appeso alla cintura di cuoio, con addosso una casacca grigia ricamata di bianco sulle maniche e sul collo alto. Avrebbe pensato a lui dopo. Non sapeva chi fosse stato il soldato dai capelli chiari; aveva sentito il negro chiamarlo col nome Suri. L’altro, il negro appunto, era quello che chiamavano Daoud. I corpi degli altri marinai caduti nell’imboscata erano già stati raccolti al centro del villaggio.
Sakarân guardò i suoi uomini. Lo osservavano come se fossero pronti a un altro attacco, volti di granito e occhi gelidi. “Riferirò al signore Elorion che sono compiaciuto”, disse. “Portateli sul mare, e gettateli dalla scogliera. Legate delle pietre.”
Mentre i soldati trascinavano i corpi dei morti verso il traghetto e le barche, continuavano a colpirli, e a sputare su di loro, maledicendo l’ordine di Nindamos e lo straniero Arakhon, che a Nindamos si era alleato. Sakarân s’incamminò verso le case, studiando il cielo cercando di non ascoltare. Fu il solo motivo per cui vide la figura sul tetto di tegole: il giovane a cavallo si era fermato, e in qualche modo era salito là sopra più silenzioso di uno scoiattolo; non era un giovane, ma una ragazza, e nelle mani teneva qualcosa.
Seaine
Tutto accadde in pochi attimi. La ragazza tese le braccia e i dardi volarono contro di lui, lampi di luce argentata sospesi sulla strada. Lampi che lo colpirono alla gola, producendo il forte rumore del metallo che cozza contro il metallo. Dalle mani della ragazza partirono poi altri bagliori e altri dardi colpirono gli arcieri di Elorion in mezzo al petto, mentre Sakarân ancora cadeva fissando il cielo con occhi azzurri e vitrei. Qualcuno degli arcieri di Elorion si riscosse; incoccarono e scagliarono velocemente. Seaine saltò dal tetto, colpendo forte il terreno e lasciandosi rotolare vicino al negozio di un stagnino, mentre gli strali dei Valdacli l’inseguivano inutilmente. Poi i soldati si gettarono verso di lei, in mezzo alle case; quando una lancia trapassò la gola di quello che era più avanti, i Valdacli capirono che Seaine non era da sola.
Alla fine rimasero solo quattro Valdacli, inginocchiati in strada, sotto gli occhi vigili dei guerrieri di Ardor.
I quattro avevano volti duri, anche se uno di loro, coperto di sangue, le mani senza più dita, ondeggiò e roteò gli occhi nel vedere gli Yrch. Altri due invece erano spavaldi, il quarto ghignava.
Seaine provava nausea. Non riusciva a fermare il tremito delle mani.“Siete sicuri che abbiano preso parte all’attacco?” Non riusciva a credere che il suo tono di voce fosse tanto basso. Il Fuoco del Maestro avrebbe risolto tutto. ‘Non il Fuoco’, ansimò la sua mente. ‘Mai più’ ‘. “Ne siete sicuri?”
“Si” rispose uno degli Urqui. “Quelli che abbiamo ucciso indossavano tutti questo.” Prese un cordone che era appeso al collo dell’uomo insanguinato, con l’oro e i colori di Elorion. Anche gli altri tre li avevano.
“Questi erano di vedetta,” aggiunse un grosso ‘danzatore delle montagne’. “Per fare rapporto qualora qualcun altro fosse arrivato da sud.” Rise brevemente. “Chiunque li abbia inviati, non aveva idea di quanto sarebbe andata male.”
Una gonna aperta sulla strada attirò la sua attenzione. Non erano morti solo Valdacli. Quella donna era stata trafitta da un dardo proprio in mezzo alle scapole. Il vestito era appena macchiato di sangue. Si era trattato di una morte rapida, una piccola grazia. Inginocchiandosi la voltò con la massima gentilezza; il dardo spuntava dal petto. Era una donna con il volto squadrato, di mezza età, con un po’ di grigio fra i capelli. Gli occhi scuri erano spalancati; sembrava sorpresa. Seaine non sapeva come si chiamasse, ma ne memorizzò il volto. Era morta perché si trovava nella stessa strada con lei.
Sharu
Afferrò per un braccio Sharu, il quale si liberò perché non voleva impedimenti nell’usare l’arco, ma la guardò. “Trova la famiglia di quella donna e fai in modo che ricevano ciò di cui hanno bisogno. Oro …” ma non sarebbe stato abbastanza. Avrebbero dovuto riavere indietro una moglie, una madre. Ma lei non gliela poteva restituire. “Occupati di loro” disse “e scopri il nome.”
Ritornò al punto in cui i prigionieri stavano in ginocchio. Se non poteva eliminare i ricordi e i sentimenti, poteva almeno allontanarsi da essi. Affogandoli nella vendetta. Se non altro per un breve periodo.
“Nessuno dei Valdacli ha usato il corno, o lanciato segnali?” chiese Seaine. ‘Fuoco’. "No!", gridò Seaine rivolta alla sua mente. Gli Urqui si scambiarono alcune occhiate, quindi scossero i capi avvolti nei turbanti.
“Impiccateli” disse Seaine.
L’uomo con il volto insanguinato quasi svenne. Seaine lo sostenne con la spada, sollevandolo in piedi. Fu la prima volta, dopo il ritorno alla Cittadella, in cui si accorse di avere afferrato di nuovo il Potere. Diede il benvenuto alla lotta per la sopravvivenza, e al disgusto che provava verso i Valdacli. Anche l’Oscurità che sentì nelle vene fu benvenuta, mentre le escoriava le ossa come una melma acida. La rendeva meno consapevole di cose che non voleva ricordare, emozioni che non voleva provare. “Come ti chiami?”
“F… Faral, m.. mia signora. D … Demori Faral.” Con gli occhi quasi fuori dalle orbite fissava Seaine da dietro una maschera di sangue. “Ti p… prego, non i… impiccarmi, m… mia signora. Ca… cammino nella Luce, lo g… giuro!”
“Sei molto fortunato, Faral.” A Seaine la propria voce sembrava distante come i giorni della sua giovinezza. Quando tutto era stato chiaro. Quando nessuna domanda aveva tormentato la sua coscienza. “Assisterai all’impiccagione dei tuoi amici.”
Faral singhiozzava.
“Poi ti daremo un cavallo e andrai a riferire a Elorion che un giorno impiccherò anche lui per quanto è accaduto qui. Gli dirai che Ardor non dimentica i suoi nemici, e che prima di impiccarlo strapperò le sue dita una per una, così come ho strappato le tue.”
Quando spostò la spada, Faral ricadde in un mucchio pietoso, mugolando che avrebbe galoppato fin verso il Trenth senza fermarsi. I tre destinati a morire lo guardarono con disprezzo. Uno di loro gli sputò addosso.
Seaine se li tolse di mente. Doveva ricordarsi solo di Ardic e del motivo della sua ricerca, e c’era qualcos’altro che doveva fare, ora, prima di poter continuare. Spinse via l’Oscurità, affrontò la lotta per sfuggire senza essere annientata e la fatica di costringersi a tornare alla vita. Per ciò che doveva fare non voleva nulla tra sé e le proprie emozioni.
Ultima modifica di Tiercullus : 21-01-2010 alle ore 22.43.31.
|
 |
|
 |

26-02-2010, 17.12.55
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Sulla costa di Taaliraan, ora territorio dei Valdacli. Sul finire dell'estate dell'anno 77 della Quarta Era.
La biancheria del letto passava da spiegazzata a ben tirata fra uno sguardo e il successivo. Il copriletto aveva un motivo a fiori rosso scuro. Le cose effimere c’erano sempre, in certi posti, e lui le notava appena. Era proprio nei momenti in cui portava a termine quel tipo di compiti che si sentiva più libero. Qui poteva essere quello che voleva. Sorrise al solo pensiero.
Fermandosi accanto al letto, sfoderò con cautela i due pugnali, resi opachi dal veleno. Invisibile sotto la sua maschera. Mentre lo faceva, ringraziò, nella sua mente, le stelle dell’Ovest. Sembrava appropriato.
La stanza era buia, ma l’unica finestra faceva filtrare abbastanza luce da permettere a Morazor di distinguere le forme ammucchiate di due persone che giacevano addormentate sotto le coperte. Senza esitare, conficcò una lama in ognuna di esse. Si svegliarono con grida sommesse, ma lui estrasse le lame e le conficcò di nuovo dentro di loro, più e più volte. Col veleno era improbabile che uno dei due avesse la forza di gridare abbastanza forte da essere udito fuori dalla stanza, ma lui voleva rendere quell’uccisione sua in un modo che il veleno non poteva offrirgli. Smisero presto di contrarsi quando lui ficcò una lama fra le loro costole.
Ripulendo i pugnali sul copriletto, li rinfoderò con la stessa cura con cui li aveva sguainati. Gli erano stati fatti molti doni, ma l’immunità a quel veleno non era fra questi. Poi prese una corta candela dalla sua tasca e soffiò via abbastanza ceneri dai tizzoni ammucchiati nel caminetto per accendere lo stoppino. Gli piaceva sempre vedere le persone che aveva ucciso, almeno dopo se non poteva farlo durante. Aveva gradito in modo speciale quella donna a Sorul. L’incredulità sulla sua faccia quando era apparso dal nulla, l’orrore quando si era resa conto che l’Ordine non l’aveva mandato a salvarla: era un ricordo che conservava gelosamente. Quello era stato un compito facile, ma il ricordo non erano meno apprezzato per questo. Le donne della nobiltà dei Valdacli erano protette dalle consuetudini, e nessuno di loro riusciva a ucciderne una spesso.
Per un momento studiò le facce dell’uomo e della donna sul letto, poi aprì la borsa con le monete. Molte monete; tutte di nuovo conio, con l’effige di Arcil e le Sette Stelle. Svuotò la borsa sopra i corpi, gettando fra esse anche la maschera. Spense fra le dita la fiamma della candela e se la rimise in tasca prima di uscire. Il messaggero che aveva portato l’ordine e l’aveva condotto fin là lo stava aspettando; era bravo, quasi come Morazor. Perfino adesso e da così vicino risultava indistinto, mentre stava immobile nel cortile, all’ombra del larice.
“La coppia che riposava in questa camera dormirà per sempre,” disse Morazor. “La donna aveva i capelli rossi, e non viaggiava con lui. Una di qui. Non credo che sapesse con chi stava a letto.”
“Un peccato” disse l’uomo. Non sarebbe stato in grado di riconoscerlo senza il camuffamento. Quell’uomo doveva essere uno dei Prescelti. Pochi tranne i Prescelti sapevano come raggiungerlo, e nessun altro avrebbe osato provare a comandarlo. I suoi servigi venivano sempre implorati, tranne che dai Principi dell’Ordine e dai loro Prescelti.
“Vuoi che cerchi anche gli altri?” chiese Morazor.
“Si. Tutti quanti. Quando te lo dirò. Non prima. Ricorda, non una parola con nessuno su questo. Neppure all’interno di Nindamos.”
“Come comandi” replicò Morazor inchinandosi, ma l’uomo se ne stava già andando. Era scomparso prima che Morazor si raddrizzasse.
Era davvero un peccato. Era stato piuttosto ansioso di uccidere Halbaron e la sua servetta, avrebbe preferito continuare subito anche con il resto. Ma se doveva passare del tempo, cacciare era sempre un piacere.
A Morazor piaceva uccidere.

Ultima modifica di Tiercullus : 26-02-2010 alle ore 17.26.30.
|
 |
|
 |

01-03-2010, 23.37.21
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Andustar, regno di Arcil Nindamos - nella città che porta il suo nome. Estate dell'anno 77 della Quarta Era
Arcil Nindamos
Arcil sospirò quando Nìn piazzò una pedina bianca sulla scacchiera con un sorriso di trionfo. Dei giocatori meno abili sarebbero andati avanti per un’altra decina di mosse, ma Arcil aveva già capito il corso inevitabile della partita, come anche Nìn. All’inizio la giovane dai capelli color oro seduta dall’altro lato del tavolino aveva giocato per perdere, in modo da rendere la partita interessante per lei, ma non ci aveva messo molto a capire che questo l’avrebbe portata alla distruzione. Inoltre, sapeva che Arcil era abbastanza furba da riconoscere quei sotterfugi e non li avrebbe tollerati. Adesso Nìn usava tutte le sue astuzie e riusciva a vincere quasi la metà delle partite. Nessuno l’aveva battuta così spesso negli ultimi anni.
Nìn di Fiammanera
“Hai vinto” le disse, e la contessina di Fiammanera annuì. Sarebbe stata principessa di Orrostar, presto, se ne sarebbe occupata lei. Nìn indossava un abito di velluto rosso con il collo alto che le lasciava le spalle scoperte e sfiorava il mento, e sembrava in tutto e per tutto una regina. Non mostrava affatto gli anni di una bambina; men che mai i suoi veri quindici. Presto i primi pretendenti si sarebbero fatti avanti; pretendenti che Arcil avrebbe prontamente respinto, e persino prima che avessero l’ardire di menzionare la cosa ad Ardic. Ardic non aveva esperienza, su queste cose.
“Tu non te ne sei accorta, ma io avevo notato la trappola che mi stavi tendendo quando hai mosso la trentunesima pedina, dama Arcil, e hai scambiato la mia finta con la quarantatreesima per un vero attacco.” Gli occhi grigi della giovane rilucevano di emozione. A Nìn piaceva vincere. Le piaceva giocare per vincere. Sarebbe stata un buon generale.
Ovviamente, quelle partite e la cortesia che lei le mostrava erano mirate a tenerla buona. Nìn era consapevole dell’influenza di Arcil sulla sorte sua e su quella di Ardic, il suo patrigno. In particolare dopo la tragica morte di Erendis, principessa dei Valdacli di Orrostar, e la nomina di Ardic a principe di Orrostar in attesa delle legittima successione. Successione che non sarebbe avvenuta così rapidamente; gli ordini in proposito erano già partiti. Arakhon aveva bisogno di solidità, per il suo futuro regno, e solidità voleva dire decisioni rapide, governo chiaro. Arakhon doveva avere le mani pulite, e alleati potenti, per poter affrontare Valandor Hamina. Non c’era posto per l’esitazione.
Ardic e Nìn. Amici, eppure a volte prigionieri nel palazzo di Arcil, e prigionieri della sua amicizia, in tutto e per tutto tranne che nominalmente. Prigionieri segreti, a volte, anche se in una prigione di lusso. Arcil aveva permesso che si spargessero delle voci sull’assassinio di Erendis, ma non aveva fatto alcuna dichiarazione. Da sempre Erendis si era fortemente opposta ad Arcil e all’Ordine di Nindamos. Arcil non avrebbe annunciato nulla fino a quando le sue armate non fossero entrate in quel regno, e, nella marcia verso Tul Harar - dove si stavano recando per portare al Grande Harad l’aiuto promesso all’ambasciatore Muhad e all’Assemblea dei Parlatori - avrebbero potuto farlo senza che questo destasse inizialmente sospetti.
Con le motivazioni legate a un assassinio perpetrato dagli Elfi di Ardor a fare da apripista.
Dell’innocenza degli Elfi, ovviamente tutti sapevano. E con ogni probabilità tutti sapevano anche che Arcil era consapevole dei sospetti di Arakhon nei suoi confronti. Ma il trattato che Arcil aveva firmato e reso pubblico dava ad Arakhon – e ad Ardic, che faceva parte del suo seguito - dei diritti, in Andustar e Orrostar, che nessun principe dei Valdacli aveva mai avuto, in nessun altro luogo. Arcil aveva firmato solo perché la situazione del suo esercito e ciò che era accaduto a Menelcarca l’avevano chiusa, di fronte agli altri Valdacli, in un angolo; eppure, anche se confinata in quell’angolo, ora che la presenza di Arakhon e la sua pretesa del trono erano una concreta realtà, ora che desiderava sinceramente aiutare Arakhon, combatteva con la stessa perizia che mostrava sulla scacchiera, giocando con Nìn.
Arcil si ritrovò a pensare a come la durezza mostrata da Nìn nel gioco fosse una caratteristica sorprendente in una giovane di tale bellezza. Anzi, Nìn era sorprendente in generale. Era stata strumento fondamentale di molti dei suoi successi, di recente. Strumento consapevole, volontario, convinto. Nìn si lasciava prendere dal puro piacere del gioco a volte, ma Arcil non poteva fargliene una colpa, perché le regalava tanti momenti piacevoli. Forse, se avesse avuto vent’anni di più, Arcil avrebbe insegnato altre cose a quella bambina. Forse, se fosse stata più grande, avrebbe potuto confidarsi con lei, persino farle da madre. Aveva alle spalle molti anni di regno, ed essendo principessa di Nindamos non aveva molto tempo da trascorrere lontano dagli affari di governo, non aveva tempo per essere altro che la principessa Arcil. Sospirò con rammarico.
Nìn aveva ancora in volto il suo sorriso vittorioso, ma i grandi occhi fissavano Arcil con un’intelligenza che la giovane non poteva nascondere. Lei riempì di vino le coppe usando la caraffa d’argento riposta in un secchio d’acqua fredda che fino a poco prima era ancora ghiaccio.
“Mia signora Arcil …” l’esitazione fu prolungata al punto giusto, la mano sottile protesa verso di lei, il rispetto mostrato nel titolo che le concedeva. Quell’esitazione era perfetta; perfetta, proprio come le aveva insegnato. “Mia signora Arcil, di certo potrai ordinare al mio patrigno di recarsi a Fiammanera affinché possa rivedere le sue terre. Solo per un giorno.”
“Temo” le rispose lei in tono suadente “che i doveri di Ardic lo trattengano qui nell’Andustar. Dovresti esserne fiera: è uno dei miei migliori consiglieri, ormai.” La delusione di Nìn fu tradita solamente da una leggera tensione delle labbra, che si dissipò in un istante. Non era la prima volta che faceva richiesta di tornare verso la sua casa, verso le terre dove era nata e dove, adesso, era sepolto il suo vero padre, Hamac. E non sarebbe stata l’ultima. Nìn non si arrendeva. “Come dici tu, mia signora Arcil” rispose, con tale remissività che a lei andò quasi di traverso il vino. La sottomissione era una nuova tattica, che doveva costarle molta fatica. “E’ solo il desiderio di portare saluto alla tomba di un padre …”
“Mia principessa?” La voce profonda e sonora veniva dal vano della porta. “Temo di avere notizie urgenti che non possono aspettare, mia signora.”
Haborn era alto e indossava il tabarro nero e oro da capitano dell’Ordine, il volto duro, incorniciato da ali di bianco sulle tempie, gli occhi scuri profondi e aggressivi. Un’immagine di coraggio e autorità. Era anche un idiota, sebbene questa sua caratteristica non fosse altrettanto evidente.
Haborn Nindamos
Nìn si ritrasse alla vista di Haborn, un movimento rapido e lieve che pochi avrebbero notato. Come chiunque altro, credeva che quell’uomo fosse il capo degli assassini dell’Ordine, un individuo da temere quanto il giudice Saren, forse anche di più. Tuttavia, che fosse o meno un idiota, di tanto in tanto Haborn forniva informazioni utili. E, in rare occasioni, sottoponeva anche questioni davvero urgenti.
Arcil non aveva dubbi su cosa avesse spinto l’uomo a farle visita. Solo una minaccia ai confini di Andustar poteva spingerlo a una tale invadenza. ‘Voglia la Luce che si tratti solo delle chiacchiere di un venditore di tappeti impazzito’, pensò Arcil. Con l’esercito nelle condizioni in cui era, Arakhon nell’altra stanza, e la pestilenza ai confini orientali resa più grave dal caldo dell’estate …
“Temo che le nostre partite per oggi siano finite, contessina” disse a Nin mentre si alzava. Le fece un piccolo inchino mentre anche lei si metteva in piedi, e la giovane ricambiò con una riverenza.
“Forse possiamo vederci di nuovo stasera.” La voce di Nin aveva ancora quel tono quasi docile. “Se potrò cenare con te.”
Naturalmente Arcil accettò. Non sapeva dove Nin volesse arrivare con questa nuova tattica, ma scoprirlo sarebbe stato divertente. Era piena di sorprese. Era un vero peccato, che suo padre Hamac avesse deciso di non servire l’Ordine quando era stato chiamato. Un peccato.
Ultima modifica di Tiercullus : 01-03-2010 alle ore 23.48.44.
|
 |
|
 |

10-03-2010, 17.44.33
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
A Vostra Signoria piacendo,
Di fronte al Capitano Aginor e Arcil di Nindamos Signoria Vostra, io testimonio che al mio arrivo in Arcil città magnifica di Andustar e dei principati dei Valdacli per missione del Giudice Einor Saren, trovai le prigioni piene di gente là chiusa nel sospetto di stregoneria e amicizia con gli Elfi, e molti erano essi stessi Elfi. E continuamente solleciti e denunce venivano fatte alla mia persona che molti cittadini di Andustar erano gravemente tormentati da Elfi e che questi Elfi avevano gridato dai boschi e dal mare molte volte i loro nomi, e che questa era la causa dei tormenti. Il numero di questi solleciti crescendo ogni giorno, per consiglio del Capitano Generale Aginor e del Concilio dei Valdacli ricevetti commissione di Uditore e Giustiziere per il processo di questi Elfi e loro amici sospettati di stregoneria nelle loro generalità che avevano detto di fronte al Capitano Haborn, ed ebbi molte prove rappresentate davanti a me come vera stregoneria e atti molto strani.
Il primo in Commissione che fu scelto come Sua Signoria ebbe indicato fu il principe Ardic di Orrostar, e il resto di persone di migliore prudenza e figura che poterono essere chiamate alla Corte per procedere con questi casi di stregoneria. In quel momento avevo appena ricevuto l’ordine di comandare l’esercito Occidentale di Andustar, perché il balivo di Trenth e Valandor Hamina avevano fatto atti contro la Signoria Vostra e minacciato di attaccare alcune delle piazze di confine. Parlando con il Capitano Haborn trovai molta gente molto insoddisfatta degli Elfi, perché circa venti di loro erano stati imprigionati ma nessuno ancora condannato per ordine della Signoria Vostra e dall’estate non si era più fatta nessuna esecuzione per rispettare la presenza in Andustar del principe Arakhon che non gradiva queste esecuzioni e nel caso che fossero innocenti, ma la gente questo non credeva e era insoddisfatta e molto insoddisfatti erano gli elettori delle terre di occidente di Andustar.
La Corte allora procedette dopo aver ricevuto l’assenso di Signoria Vostra come era usanza nella Guerra e si processarono questi Elfi così come allora, che era con la testimonianza delle persone afflitte dalla stregoneria, che quando erano portate al cospetto degli Elfi immediatamente cadevano a terra in strane agonie e gravi tormenti pronunciando il nome di Morgoth e con la schiuma alla bocca, ma quando toccati a un braccio o qualche altra parte della loro carne immediatamente rivivevano e tornavano in se stessi, e giuravano di fronte ai Valar e alla Luce che il prigioniero alla Sbarra li aveva afflitti nel nome di Morgoth e che avevano visto forme e spettri venire dai corpi degli Elfi che avevano messo i loro corpi in questi gravi tormenti.
Quando chiesi della materia e fu portata davanti a me questo Elfo portato da Signoria Vostra io fui informato dai Giudici che era colpevole di aver ammazzato della principessa Erendis di Orrostar di fronte agli occhi di molti soldati dei Valdacli e come aveva testimoniato anche la contessa Nìn di Fiammanera, principessa di Orrostar, e si disse di cominciare le esecuzioni con questo Elfo così come esempio perché questo Elfo, che aveva per nome Elenja, non aveva rinnegato il nome del suo dio Melkor neppure davanti a Signoria Vostra e al Capitano Haborn, e questa era prova inoppugnabile che fosse Strega. Mentre nei casi di altri Elfi io avevo trovato alla lunga che i demoni prendevano su di essi potere e che questi Elfi si potevano salvare e rinnegavano il loro dio Melkor, nel caso di questo Elfo di nome Elenja siccome era una delle Sorelle Nere di Tesarath ero stato bene rassicurato da Einor Saren e da altri giudici e molto considerabili persone che nessuna di queste Tesarath era mai stata trovata innocente e che non si potevano salvare.
Come Governatore della Corte allora persistetti con il metodo di interrogare gli Elfi e alla fine ci furono almeno cinquanta di questi Elfi e amici di Elfi in prigione in grande miseria e povertà, ma i demoni potevano prendere la forma di persone innocenti così nessuno di essi fu lasciato libero perché per loro non si era trovata la prova dell’innocenza. In considerazione che alcuni di loro erano uomini e donne nati nelle terre di Signoria Vostra e non Elfi, permisi una Corte speciale di aver luogo nel terzo giorno dal mio arrivo alla Corte di Signoria Vostra e Signoria Vostra come giudice superiore. Il metodo di procedere per questi uomini e donne era diverso che per gli Elfi e si arrivò per loro a una sentenza clemente, dopo che tutti furono portati al processo in numero di trenta due, gli altri essendo Elfi, e tutti per clemenza della Signoria Vostra furono lasciati liberi anche se privi dei loro beni e terre e proprietà, tranne tre che furono trovati colpevoli. Il Capitano delle Guardie sigillò così un mandato per la loro esecuzione e anche cinque altri di altri tribunali furono condannati a morte per altre colpe, ma considerato che si doveva aspettare il giudizio degli Elfi e dopo la lettera di Signoria Vostra ordinai che fosse aspettato.
Questo portò collera al Capitano delle Guardie perché egli temeva che le stregonerie degli Elfi e le loro parole terribili avrebbero potuto fare del male alle province di Andustar e distruggerle, e voleva che gli Elfi venissero impiccati subito. Ma non avevo altri reclami se non questo del Capitano quindi ordinai di procedere come Signoria Vostra aveva detto, che queste materie sono ora chiare nelle menti dei Giudici e le opinioni e pensieri concernenti gli Elfi e Tesarath di nome Elenja sono ben composte ora e ci sarà rapido giudizio.
Carridin, Giudice nel nome di Nindamos.

Ultima modifica di Tiercullus : 10-03-2010 alle ore 22.36.25.
|
 |
|
 |

10-03-2010, 22.19.15
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Idril di Umbar
“Vedo che il tuo incontro con Arcil non è andato bene, Reggente. Non ti ha lasciato mettere le mani su Arakhon. Immagino avessi sperato in … qualcosa di più.”
Lo stava guardando dritto negli occhi, ma il commento di Idril aveva reso Valandor di nuovo consapevole della collera, della vergogna. Messo alla porta da un suo vassallo. Fu uno sforzo riuscire a tenere le mani in grembo.
“Sei una ragazza perspicace, Idril, e leale, suppongo, altrimenti non saresti venuta da me con le notizie su di loro.”
“Non sono una ragazza” sibilò lei raddrizzando di scatto la schiena. “Sono una donna che ha giurato fedeltà al re.”
Valandor si lasciò trasportare dall’impeto e rispose a tono. “Se sei una donna, comportati come tale. Inginocchiati e rispondi sinceramente alle domande dei tuoi sovrani, perché io sono il reggente di questi principati, nominato da re Elessar. E quindi il tuo re, giovane Idril, quando Elessar non è assieme a noi e i nostri piedi posano sulle terre dei Valdacli. Qualsiasi cosa pensi sia accaduta, io sono il re dei Valdacli.”
“Perdonami, mio re, ascolto e obbedisco.” Le parole erano state pronunciate correttamente, anche se senza contrizione, ma Idril non si era inginocchiata e lo fissava con la stessa aria di sfida. ‘Ostinata quanto Yamo’, pensò Valandor.
“Quanti uomini leali ci sono fra le guardie a palazzo? Quanti obbediranno ai loro giuramenti e mi seguiranno?”
“Io lo farò” rispose lei con calma, mentre d’improvviso tutta la rabbia svaniva, anche se gli occhi erano ancora fissi sul volto di lui. “Con la mia scorta. E quella del Balivo. Per il resto … se desideri trovare un uomo fidato, devi cercare nelle guarnigioni lontane, non a palazzo. Forse addirittura fino a Ponte Bianco. Alcuni da Andustar sono stati mandati verso Ardor, per sostenere la marcia dei soldati che stanno ritornando, e riscuotere i tributi. E quelli rimasti in città sono fedeli ad Arcil fino all’ultimo uomo. Il loro nuovo … il loro nuovo giuramento sarà alla corona e alla legge, non al re.”
Era peggio di quanto pensasse, ma non più di quanto si aspettava. Qualsiasi cosa Arakhon fosse, non era uno sciocco.
“Allora devo andare altrove per cominciare a ristabilire il mio governo.” Sarebbe stato difficile riunire le casate dopo averle messe l’una contro l’altra, dopo il trattamento riservato al Consiglio di Ostelor, e dopo il ferimento di Elorion, ma bisognava farlo. “Arcil potrebbe impedirci di lasciare la città …” - gli tornò il dubbio che Arcil stesse giocando con lui, che lo stesse in realtà provocando proprio per fargli fare quel tentativo - “ … per cui lascerò Idrivane qui, con i miei uomini, per rallentare la ricerca, mentre ti procurerai due cavalli e aspetterai nella strada dietro le stalle a sud. Ti raggiungerò lì. Vestiti in modo idoneo per cavalcare.”
“Troppo esposto” rispose Idril. “E troppo vicino. Gli uomini di Arcil potrebbero riconoscerti, non importa come ti travesti. Conosco un uomo, che ti ha già servito, a Ostelor, ed è venuto fin qui … saresti in grado di trovare una locanda chiamata I Quattro Passi nella città nuova?” La città nuova era tale rispetto al palazzo.
“Certo.” Valandor non amava essere contraddetto, neppure quando aveva torto. Anche Idril lo faceva. Sarebbe stato un piacere mostrare a quella donna quanto bene sapeva nascondersi. Era sua abitudine una volta l’anno, anche se si rese conto di non averlo ancora fatto, vestirsi con abiti comuni e camminare per le strade, per cogliere gli umori del popolo. Nessuno l’aveva mai riconosciuto. “Ma possiamo fidarci di quest’uomo, giovane Idril?”
“Beraid ti è leale come me.” Idril esitò. Un moto di fastidio le attraversò il viso, subito rimpiazzato dalla rabbia. “Avresti dovuto sapere, te ne saresti dovuto accorgere, eppure hai atteso fino a quando Arakhon ha stretto le mani attorno al collo di Arcil. Perché hai aspettato?”
Quella collera era sincera e nasceva da sentimenti onesti, e meritava una risposta altrettanto sincera e onesta. Solo che lui non ne aveva nessuna, di certo non una che potesse darle. Dirle che aveva pensato, sentito, che attendere che Arakhon arrivasse fosse la cosa migliore, non aveva alcun senso. Non si sarebbe mai aspettato che Arcil accettasse un matrimonio.
“Non spetta a te porre domande al tuo re, fanciulla” le disse con gentilezza ma deciso. “Una donna leale, come sei, serve senza chiedere nulla.”
Idril sospirò. “Ti aspetterò nelle stalle della locanda di cui ti ho parlato, mio re. Beraid ci farà uscire dalla città. Ci sono anche delle altre cose che devo fare.” Rivolgendogli un inchino adatto a un’udienza ufficiale, se ne andò.
“Perché continui a chiamarla fanciulla?” gli chiese il Balivo quando la porta si richiuse. “Non lo è. La fa innervosire. Solo uno sciocco mette un cardo sotto la sella prima di cavalcare.”
“Lei è giovane, mio caro amico. Abbastanza da essere mia figlia.”
Il balivo sbuffò. “Sicuramente non giocava più con le bambole da un pezzo, quando è venuta da Umbar, e non pensava più che i bambini nascessero allo stesso modo delle bambole. La questione è se è leale come sembra. Un alleata fedele, d’improvviso, quando ogni altro uomo leale del palazzo è stato mandato via e tutti s’inchinano ad Arcil. Improvvisamente sembra troppo bello per essere vero.”
“Ha prestato un qualche giuramento.” Il Balivo aprì la bocca ma Valandor lo zittì. “Non a me, ma a qualcuno, che sia Elessar o a chissà che cosa. Ma ha giurato di tirarci fuori da qui. So qualcosa degli uomini, amico mio, e so qualcosa anche delle donne dei Valdacli. Quelle di Umbar non possono essere così differenti. Quella affronterebbe un esercito da sola e a mani nude. Ci aiuterà. E poi vedremo che cosa fare con lei.”
Beraid
Ultima modifica di Tiercullus : 10-03-2010 alle ore 22.33.52.
|
 |
|
 |

19-03-2010, 17.42.28
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Andustar, regno di Arcil Nindamos. Estate dell'anno 77 della Quarta Era
Targon
Quando la luce entrò nella cassa, Targon sbatté le palpebre. Non poté nemmeno evitare di sussultare; sapeva cosa era in arrivo. Serrò i denti e cercò di non socchiudere gli occhi alla luce del sole, forte come se fosse mezzogiorno. L’aria sembrava meravigliosamente fresca; i capelli madidi di sudore erano incollati al viso, che grondava. Non era legato da alcuna corda, ma non avrebbe potuto fare un passo nemmeno se ne fosse andato della sua vita. Se non lo avessero sostenuto, sarebbe caduto. Fino a quando non vide quanto era basso il sole, non capì per quanto tempo fosse rimasto rinchiuso con la testa fra le ginocchia, in una pozza formata dal proprio sudore.
Il sole non trattenne la sua attenzione. Gli occhi di Rand ricaddero su Eto ancor prima che si piazzasse davanti a lui. L’uomo basso e snello l’osservava, gli occhi scuri erano pieni di furia e lui fu sul punto di farsi indietro. A differenza della notte precedente, non disse nulla, si limitò a iniziare.
Il primo colpo gli cadde in mezzo alle spalle, il secondo sul petto, il terzo dietro le cosce. Tremò. Aria. Solo aria. In quel modo sembrava meno duro. Ogni colpo era come una frustata, sferzata da un braccio più forte di quello di ogni altro uomo. Targon era già coperto di lividi ed escoriazioni dalle spalle alle ginocchia. Ne era consapevole, e non con il distacco che avrebbe voluto. Avrebbe voluto piangere. Aveva il desiderio di urlare.
Al contrario, serrò le mandibole. A volte gli sfuggiva un gemito e, quando accadeva, Eto raddoppiava gli sforzi come se volesse sentirne altri. Targon si rifiutò di dargli quella soddisfazione. Non poteva smettere di tremare a ogni colpo di quella canna, ma non gli avrebbe concesso di più. Lo fissò negli occhi rifiutandosi di distogliere lo sguardo o battere ciglio.
Pensavano di poterlo spezzare. Pensavano di farlo strisciare ai piedi della donna, fino a fargli baciare i suoi guanti neri! Il pensiero lo spinse a fare la cosa più difficile che avesse mai fatto in vita sua. Sorrise. Un’espressione che toccò solo le labbra, ma guardò Eto negli occhi e sorrise. L’uomo sgranò gli occhi e sibilò. Le sferzate giunsero da tutte le direzioni.
Il mondo era dolore e fuoco. Non poteva vedere, solo provare sensazioni. Agonia. Per qualche motivo era consapevole delle proprie mani che tremavano involontariamente, ma si concentrava per tenere i denti serrati. Ecco cosa succede … Mai più. Per niente al mondo! Non lo farò! MAI! MAI! MAI!
Da "Il Signore del Caos", di Robert Jordan
Ultima modifica di Tiercullus : 19-03-2010 alle ore 17.57.08.
|
 |
|
 |

06-04-2010, 22.43.00
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Taaliraan, regione del regno di Arcil Nindamos. Estate dell'anno 77 della Quarta Era
Alviaré
Massaggiandosi le tempie, Alviaré si mise a sedere con cautela, a gambe incrociate, accanto all’albero, dove stava Maité. Era goffa nei movimenti, oramai; goffa, e stanca. Alviaré desiderò aver avuto l’opportunità di fermarsi qualche giorno di più al porticciolo di Diaven, ma c’erano state così tante cose a cui pensare, e non abbastanza soldi. Morvrin era andata al fiume, a pescare, e non era ancora tornata. Le tre Tesarath ribelli. Morvrin era l’unica fra loro tre a non portare il peso della gravidanza; quella di Alviaré, ormai, era molto avanzata. Aveva paura.
“Pare che una o due delle Adunanti di Shaan-Ta-Rhûn stiano parlando di intavolare negoziati con i Valdacli” esordì Maité. “Seaine. Aredhel. Le accompagna un messaggero che ha per nome Suri. L’abbiamo già sentito questo nome, vero? Ecco un nuovo fantoccio che si avanza.”
Senza tradire alcuna espressione, Alviaré appoggiò la schiena sul tronco, e ascoltò assorta. Solo le sue dita si muovevano, carezzando lievemente la sua gonna. Finché Maité non ebbe terminato. Poi strinse le mani a pugno e maledisse il cielo.
“Suppongo che le nostre speranze siano alla fine, se non riusciremo a impedire che la cosa vada avanti” mormorò, una volta calmatasi. “Questo avrà presa su Arakhon, quando Suri l’incontrerà, e così Edhel potrà prevenire le sue mosse e approfittarne. Seaine. Non dovrei sorprendermi. È ambiziosa. Ho sempre pensato che sarebbe tornata a sgattaiolare nella casa del più forte.” Con la voce che accelerava, Alviaré fissò gli occhi su Maité come per cercare di conferire maggiore peso alle proprie parole. “Forse possiamo fare qualcosa. Ero nei Sogni la scorsa notte, nella Torre …”
Maité
“Spero che tu sia stata cauta” la interruppe bruscamente Maité.
Alviaré pareva conoscere a malapena il significato della parola cautela, a volte; le poche cose che Maité le aveva insegnato dei Sogni, nelle ultime settimane, rompendo una tradizione vecchia di secoli, non erano sufficienti per padroneggiare quell’arte, e nonostante ad Alviaré non fosse più impedito il suo uso, in realtà era quasi come se lo fosse. Maité non era molto tollerante nei confronti degli sciocchi. E chiunque si comportava come tale le prime volte, nei Sogni. Nel ‘disegno’. Era interessante, il modo in cui la donna orientale aveva definito ‘disegno’ i Sogni tessuti dal Telaio.
“Vado solo nei sogni dei Valdacli. E nei sogni degli uomini,” disse Alviaré con un gesto per scacciare la questione “sono una donna diversa, con un vestito diverso, ogni volta che giro un angolo”. Questa era una buona notizia, anche se era ugualmente probabile che avvenisse intenzionalmente, o che fosse una mancanza di controllo. La convinzione di Alviaré delle proprie capacità era sempre stata maggiore del dovuto; gravida, Alviaré, anziché più attenta, era ancora più distratta nelle sue azioni, e pericolosa. “L’altra notte ho visto molti segni nelle pietre che Edhel usa, prima che si trasformassero in cenere”. Questa era un’eventualità comune, in quello stato di esistenza fuori dal corpo, dove nulla rimaneva com’era per molto tempo, a meno che non fosse il riflesso di qualcosa che accadeva proprio in quel momento nel mondo della veglia. “Dovremmo avvisare Ardic. Dirgli che i suoi compagni sono vicini a scoprire il segreto di Anathien, dirgli che Alatar li sta conducendo proprio verso di esso. Una o due pietre, disposte in modo così singolare, rotolate così lontano dal Fuoco, sarebbero già un evento abbastanza insolito. Succede, durante il rito, ma non spesso. Ma in questo caso erano nove. Una per ciascuno dei compagni di Ardic. Non credo in coincidenze così grosse”.
“Non devi convincermi ulteriormente, Alviaré”. Con un sospiro, Maité reclinò la schiena all’indietro. Era chiaro che stava accadendo qualcosa di strano, ma cosa voleva dire? Alatar li stava spingendo verso qualcosa, che gli sarebbe stato immediatamente rivelato. Ma rivelato da chi, chi era la sua spia, questa volta? Forse Ardic stesso, inconsapevolmente? E chi poteva influenzare la scelta di Arakhon, in questo momento? Tutti tranne lei; Arakhon aveva scelto la sua strada. Tuttavia, se c’era uno schema, allora all’origine di tutto doveva esserci un atto. Un’azione. Di Arakhon, o di uno dei suoi compagni. Solo pensare alle possibilità e alle impossibilità per la salvezza di ciò che restava di Ardor rendeva più acuto il sordo dolore dietro ai suoi occhi.
“Se, nonostante tutto, ciò si rivela un caso fortuito, Alviaré, ti pentirai anche solo di aver pensato di vedere un enigma”. Si costrinse a sorridere nel dire quelle parole, in modo da rimuovere qualunque acredine tra loro.
“Circa venti delle loro settimane, prima della fine del gioco. Forse qualcuna di meno, forse qualcuna di più. Il numero varia da giorno a giorno”. Alviaré si sporse in avanti. “Hai giostrato le faccende in modo esemplare finora, Maité, dopo la tua cacciata dall’Ordine, ma non può durare. Alla fine la Regina Madre ci scoprirà. Se non raggiungeremo Menelcarca in tempo, se non riusciremo in ciò che stiamo facendo, ci scoprirà. Pensi che Alatar non abbia lavorato per affilare i suoi denti, in questo tempo? Tornerò sull’isola, una volta che mi sarò liberata di questo figlio, e la ucciderò. Andrai tu a Menelcarca. A ciascuna il suo destino”.
“No!” urlò Maité. Sembrava preda di un tremore incontrollabile, ora. “Persino provarci potrebbe essere disastroso, l’ho visto chiaramente, e se dovessi riuscirci … Che il Padre Celeste ci aiuti, se ci riesci avremo distrutto tutto ciò che resta. Spezzeresti i Giuramenti!”
“Ma di che stai parlando? Io cerco di tener fede ai Giuramenti, Maité, visto che ci costringi a farlo. Per ora. Ma i Giuramenti non ci aiuteranno contro i Valdacli e contro chi indossa una corona di regina con falsità. Numenion era il nostro re; Fuinur era tollerabile. Ma quella donna! E i Valdacli! Non ti basta la vergogna per aver ricevuto scherno e violenza in cambio della promessa di fedeltà che abbiamo fatto al tuo principe Arakhon? Violenza e sangue, persino il sangue di Arbé. Se le Sorelle che restano devono essere in pericolo di vita per poter vedere con lucidità, per poter combattere, tra un po’ finiremo tutte morte o con una catena intorno alla gola”.
Alviaré sentì freddo. Per un momento le parve di sentire di nuovo la corda attorno ai polsi, l’incantesimo di Erendis che la trasformava in un cane al guinzaglio. Un cane ben addestrato e obbediente. Fu lieta del buio, che adesso nascondeva i suoi tremori. Il volto di Maité era immerso nell’ombra; Alviaré vedeva solo la sua bocca, che si muoveva senza emettere suoni.
“Non guardarmi a quel modo, Maité.” Essere in collera era più facile che avere paura, era facile nascondere la paura con la rabbia. Alviaré non si sarebbe mai più lasciata imprigionare. “Hai tratto ogni tipo di vantaggio da quando sei stata liberata dai Giuramenti. Se non avessi mentito spudoratamente a tutti i principi, saremmo tutte al campo dei Valdacli, appese per i piedi sopra i fuochi dei loro Inquisitori. Alatar regnerebbe incontrastato, con il paravento della Regina Madre, e tra qualche anno nessuno rimarrebbe più per ricordare come ha usurpato il seggio dell’Erede. Lui si che distruggerà persino la memoria di Ardor, di sicuro. Sai bene che sarà un disastro. Tu la vuoi salva; io non mi sorprenderei se Alatar avesse già tentato di farle concepire un nuovo erede, solo che è troppo impegnato a occuparsi di noi. Forse non la farebbe ingravidare, ma di sicuro farebbe qualcosa. Con ogni probabilità, dopo quello che è stato fatto, ciò che resta dell’Ordine sarà impegnato a combattere, Sorella contro Sorella, Sorelle contro i Valdacli e Sorelle contro i Fuinar e tutti gli altri elfi, ignorando il crepuscolo ormai all’orizzonte.”
“Ho mentito quando mi sembrava necessario” sussurrò Maité. “Quando mi sembrava opportuno.” Le spalle accasciate, sembrava stesse confessando dei crimini che non voleva ammettere nemmeno a sé stessa. “A volte credo che per me sia diventato troppo facile decidere che mentire è necessario e opportuno. Ho mentito quasi a tutti. Tranne ad Arakhon. Ma non credere che non mi sia venuto in mente di farlo. Di spingerlo verso una decisione o allontanarlo da un’altra. E non è stato il desiderio di conservare la sua fiducia a fermarmi.” La mano di Maité si protesse supplichevole nell’oscurità. “E non ho mentito a Muhad. Il Padre Celeste sa quanto la sua amicizia e la sua fiducia contassero per me, dopo la scomparsa di Fuinur, ma non è stato per questo. Né perché sapevo che lui e i suoi compagni mi avrebbero strappato la pelle a strisce o mi avrebbero mandata via, se l’avessero scoperto. Mi sono resa conto che dovevo mantenere la parola data con qualcuno, o mi sarei perduta del tutto. E così non mento a te, o a Morvrin, quale che sia il prezzo da pagare. E non appena posso, Alviaré, pronuncerò di nuovo i Giuramenti.”
“Perché?” chiese a bassa voce Alviaré. Maité stava davvero prendendo in considerazione l’idea di rifondare l’Ordine? “Tu sei una delle prime nuove Sorelle, libera e senza costrizioni. Perché vuoi rinunciare a tutto?”
“Rinunciare?” Maité rise. “Non rinuncerò a niente.”
Raddrizzò la schiena, e la voce cominciò ad acquisire forza e poi passione. “Questa notte, Alviaré, ho capito una cosa. I Giuramenti sono ciò che ci rende più di un semplice gruppo di elfi che si immischiano negli affari del mondo. O di otto semplici Ordini. O cinquanta. I Giuramenti ci tengono unite, un consolidato insieme di convinzioni che lega tutte noi, uno stesso filo che passa per una Sorella, viva o morta, fino alla prima che mai vestì la Stola. Sono stati Giuramenti a renderci Tesarath, non Ardana. Qualsiasi elfo poteva essere fedele ad Ardana; i Giuramenti rendevano noi le Darin Tesarath. Gli Uomini possono anche diffidare di noi, ma quando una Tesarath fa una dichiarazione chiara e precisa loro sanno che è vero. Per via dei Giuramenti. E per via dei Giuramenti, nessun re teme che le Sorelle possano devastare le sue città. La peggiore delle canaglie sa che la sua vita è al sicuro con una Sorella, se lei ha giurato così. Certo, persino Fuinur ci disprezzava, lui che era figlio di una di noi. E i Valdacli sostengono che i Giuramenti sono menzogne, e alcuni popoli hanno strane idee su ciò che essi comportano, ma ci sono pochissimi posti, su questa terra, dove le Sorelle non possano andare ed essere ascoltate, e questo è per via dei Giuramenti. I Giuramenti sono l’essenza di Darin Tesarath, sono il cuore di tutto ciò che significa essere una Sorella. Gettali via, e tutte noi diverremo sabbia spazzata via dalla marea. Rinunciare? Io acquisirò la libertà.”
Alviaré si accigliò. “E i nostri figli?” L’essenza di Darin Tesarath. Quasi dal giorno stesso in cui era ritornata a Menelcarca, dopo la chiamata di Fuinur, aveva lavorato duramente per meritarsi l’appartenenza all’Ordine, ma non aveva mai pensato davvero a cosa faceva di lei una Theles Tesarath. “Dov’è il tuo Guaritore umano? Dov’è Ardic? Mio figlio nascerà presto. Prima della fine dell’estate. E il tuo non attenderà a lungo. Moriremo nel darli alla luce, questi figli. Lo sai, vero?”
Maité rise di nuovo, anche se questa volta con un po’ di amarezza e stanchezza. Scosse il capo e, nonostante l’oscurità, parve esausta. “Non lo so, Alviaré. Il cielo mi aiuti, non lo so. Non so se Ardic verrà veramente. Non lo so se i nostri figli bastardi ci uccideranno. Certo il figlio di un elfo che non è frutto d’amore può farlo, così morendo, forse, assieme alla madre. Ma siamo sopravvissute alla caduta della Torre, ai Valdacli, a Fuinur e a tutto il resto. Ci nasconderemo, e sopravvivremo anche ad Alatar. Ardor vivrà ancora, e troveremo un modo per vedercela con i nostri figli. Senza distruggere noi stesse. Riusciremo a vivere oltre il momento della loro nascita. Così, io spero.”
Morvrin
Da "Crocevia del Crepuscolo", di Robert Jordan
Ultima modifica di Tiercullus : 06-04-2010 alle ore 22.53.23.
|
 |
|
 |

12-04-2010, 00.09.23
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
Rovine della residenza di Amon Brandir; agosto dell'anno 77 della Quarta Era
La sera, Arakhon e Arcil camminarono insieme, nel fresco crepuscolo. Ambedue si sentivano irrequieti. Su Arakhon era calata d’improvviso l’ombra della consapevolezza: sapeva in qualche modo che molto vicina era l’ora in cui egli avrebbe dovuto decidere.
“Che cosa pensate, Arakhon?”, chiese Arcil. “Vi feci già una volta la medesima domanda, poco dopo l’arrivo di Faravorn, ma non ebbi risposta.”
Arakhon si fermò. “Mi consigli tu in qualche modo, Arcil?”, domandò.
“No”, rispose lei. “Non sono un consigliere. Non vi parlerò come a uno sciocco che non sa chi prendere per amico, perché ho imparato a portarvi rispetto per quello che siete: il re dei Valdacli. Vi dirò però quello che sento nel cuore, se lo vorrete.”
“Che avvenga ciò che deve avvenire”, disse Arakhon. "Siete saggia, e intrepida a volte, e bella, Arcil”, disse. “Presto incontrerò re Elessar. L’incontrerò, alla fine di un lungo viaggio. Ditemi ciò che pensate.”
“Si”, disse Arcil, fermandosi. “Ve lo dirò. Amo questo mondo, Arakhon; amo le sue passioni, amo la terra che si stende davanti ai miei occhi quando guardo lontano, a ovest, dalla finestra della mia stanza. È un mondo, questo, che voi amate quanto me; vedo nel vostro cuore e non ho scelto voi solamente perché portaste oro ai miei tesorieri, ma perché vi ammiro. Un mondo per il quale vale la pena di sacrificare tutto, ma carico di oscure passioni, di oscure cose, che dobbiamo dominare. Abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la vostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i saggi conoscono. Ascoltatemi, Arakhon, mio sposo e amico”, disse ora avvicinandosi, e raddolcendo la voce. “Ho detto vostra volontà, perché così sarà quando ci uniremo e quando uniremo tutti gli altri principi sotto la vostra corona. Una nuova potenza emerge, un nuovo avversario. Voi l’avete conosciuto e lo conoscete molto bene. Voi l’avete battuto in più di una occasione, lo batterete ancora. Inutili sarebbero contro di esso i vecchi alleati e l’antico modo di agire. Non vi è più alcuna speranza, se non rinunceremo al vecchio modo di agire, se non troveremo di nuovo la forza delle antiche tradizioni, giurando fedeltà a un solo re. Un re che unificherà tutte le stirpi. Un re che ora siede di fronte a me, e al quale io m’inchino. Se non lo facciamo, non saremo che Numenoreani morenti!” esclamò. “Questa è dunque la scelta che si offre a voi, a noi: allearci per sempre, divenire re e regina di tutte le Colonie e di tutti i discendenti di Numenor. Ora vi è davvero una speranza di vittoria! Dopo tutta la strada che avete percorso, la vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che presteranno aiuto. Con l’ingrandirsi della nostra potenza anche i nostri amici fidati diverranno forti; la regina di Morija, l’Arconte di Hathor, gli ambasciatori di Tul Harar. Il vostro fedele Ardic. La città di Ostelor, dove siete nato e dove potrete tornare da trionfatore. Riporterete a casa vostra sorella, le darete un degno riposo e il suo nome sarà ricordato per sempre. E i saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigere il corso degli eventi, a controllarlo, e a ricacciare Alatar nell’Ombra da dove è venuto. Si tratterebbe solo di aspettare, di agire per il meglio, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta meta prefissa. Governo, ordine; serenità. Onore. Tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati da alleati deboli e pigri, da amici che si sono rivelati traditori. Non sarebbe necessario nessun cambiamento nelle nostre intenzioni: ciò che intendevate fare prima, ascendere al trono dei Valdacli, farete ora di fronte a Elessar di Gondor. Il Nemico sospetta, ma non sa, non sa ancora. Non immagina che con il vostro coraggio e con il vostro valore voi stiate per cingere veramente la corona di fronte alla quale tutti i figli di Numenor s’inchineranno. Questo è il momento nel quale voi lo sorprenderete, mio signore. Vedete ora perché la vostra venuta è per me come un passo del destino? Se voi fallite, noi rimarremo inermi innanzi al Nemico, ci ridurremo a essere un rustico popolo di valle e caverna, che lentamente oblia, e lentamente viene obliato. Eppure, se la vostra missione riesce, non sarà così! Affrontate Elessar a testa alta, mio signore, e tutti i Valdacli saranno con voi. Sarete, per lui, un fratello; ma un fratello che avrà la sua stessa dignità, e che non piegherà il suo ginocchio per timore.”
~
Morani si avvicinò, posando una mano sul suo braccio. “Cupi sono stati di recente i miei sogni”, disse, “e mi sento come svegliata da poco. Ora vorrei che tu fossi giunto prima, Valdaclo; ma non è troppo tardi. Qui tutti sono nemici di quell’unico Nemico, eppure ti vedo camminare cieco, mentre le trame dei tuoi consanguinei si svolgono attorno a te e ti avviluppano.”
Seguì un lungo silenzio.
“Ebbene, Morani”, disse infine Arakhon. “Purtroppo il fardello pesa sulle mie spalle. Io solo posso scegliere la mia strada. Credo comunque che il tuo odio nei confronti di Arcil, e della mia gente, odio che abbiamo meritato, ti spinga a dire cose ingiuste. Arcil non metterebbe mai, nelle parole dette a me, intenzioni nascoste. Ho imparato a rispettarla.”
“E perché no?” Sussurrò Morani. “Perché no? Oltre a dominare me e a dominare tutti gli altri tuoi uomini e soldati, la potenza su tutti i Valdacli passerebbe, attraverso le tue mani, nelle sue. Questo è il vero motivo per cui lei ti vuole, il motivo per cui ti spinge contro re Elessar. Questo è il vero motivo per cui lei ti ha accompagnato. Ho molti anni, Valdaclo, e credi, dopo tutto ciò che mi avete fatto, che io non sappia leggere negli occhi della tua gente, negli occhi tuoi? Il desiderio è allettante, il pensiero di essere re ti fa fremere d’orgoglio. Non è forse così? Tu vorresti diventare re, pensi di meritartelo, altrimenti per quale ragione saresti qui? E certo useresti il potere acquisito per il bene. All’inizio.”
Morani lo guardò, con quella che Arakhon capì essere una sorta di affetto.
“Una mano sola alla volta può impugnare la spada dei discendenti di Numenor, Valdaclo. Questo lo sai bene; non possono esserci due re. In passato, la strada fu tentata, e presto uno due regni divenne un regno d’esilio, e sangue e morte macchiarono il trono, per molti secoli, fin che un re non ci fu più. Fin che Elessar non ritornò, al Nord, per reclamare ciò che era suo di diritto. Egli è re di tutti i figli di Numenor. Ed ora, Arakhon, vuoi ascoltarmi?”, disse. “Hai bisogno d’aiuto”.
Alzò la mano verso gli alberi; l’oscurità parve diradarsi e dall’apertura fra essi si scorse, alto e lontano, un pezzo di cielo coperto di stelle.
“Non tutto è oscuro. Abbi fede, Signore dei Valdacli, perché non troverai aiuto migliore di essa. Non ho consigli da dare a chi si tormenta di fronte a una così difficile scelta; eppure a te, che ti sei frapposto per caso sulla mia strada, potrei dare dei consigli. Potrei pronunciare parole di speranza. Vuoi udirle? Ti prego di mirare lontano, perché troppo a lungo sei rimasto, forse, seduto nelle ombre. Senza capirlo. Fidando in racconti contorti, e suggerimenti difficili, se non disonesti. Va’, Arakhon, figlio e fratello di chi ha avuto cuore puro, alla fine. Va’, e inchinati a re Elessar; perché se re non sarai, Valdaclo, se accetterai ciò che è giusto e diverrai suo vassallo, rinunciando alla tua corona, pure Elessar ti chiamerà fratello, e con l’amore di un fratello ti ricompenserà. Altri re si sono inchinati di fronte a Elessar, e nelle sue mani hanno rimesso le loro corone; e mai se ne sono pentiti, o se ne pentiranno mai.”
E Arakhon la guardò. Era bianca ed esile nella veste stretta ai fianchi da una fascia; ma pareva forte e severa come acciaio, una figlia di re. Così Arakhon mirò per la prima volta alla luce della luna Morani, figlia di Elfi, e la trovò bella, bella e fredda, come una mattina di pallida primavera.
Da "Il Signore degli Anelli", di J.R.R. Tolkien
Ultima modifica di Tiercullus : 12-04-2010 alle ore 00.31.07.
|
 |
|
 |

18-04-2010, 23.05.29
|
 |
Filosofo
Oligarca di Ardor
|
|
Data d'iscrizione: 15-11-2005
Residenza: Trieste, Italy
Messaggi: 1,251
|
|
“Siete pronta, mia principessa?”
“Si, sono pronta. E’ tutto pronto, Aginor.”
Si avvicinò a lui, consegnandogli le lettere. Aginor s’inchinò, e si diresse verso il corridoio; la voce di Arcil, roca, piena di pianto, lo fece fermare. Imbarazzato, non si voltò, per non offendere la sua signora con uno sguardo di compassione.
Arcil, sposa promessa di Arakhon
“Non chiederò mai perdono, Aginor. Perché non ho sbagliato. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per sopravvivere. Per me; per le mie genti. Una volta un bambino mi ha chiesto se ero una principessa cattiva. Se potessi rispondergli ora, gli direi che quando ero solo una ragazzina ho ucciso un uomo. Per salvare una vita. E che poi, divenuta donna, ho mandato a morire l’uomo che amavo. E ho ucciso ancora. Non mi pento di questo. Sono fiera di averlo fatto, fiera di tutto. Io non ho chiesto ciò che mi è stato dato. Ma mi è stato dato. Comunque. E con esso, ho fatto del mio meglio. Per i Valdacli, Aginor. Perché Nindamos non sia dimenticata. Per noi.”
Ultima modifica di Tiercullus : 18-04-2010 alle ore 23.10.44.
|
| Strumenti discussione |
|
|
| Modalità visualizzazione |
Modalità lineare
|
Regole di scrittura
|
Tu non puoi inserire nuovi messaggi
Tu non puoi rispondere ai messaggi
Tu non puoi inviare files
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
|
|
|
Sede: via Zanetti, 1 - 34133 TRIESTE (+39-347-5677484) info@esaedroweb.net
ESAEDRO - Associazione senza fini di lucro.
Presidente: Roberto Srelz. Vicepresidente: Vincenzo Russo. Rappresentanti: Manuela Andrejasic, Altea Ariano, Roberto Nardin.
Partiva IVA: 01184440327, Codice Fiscale: 90109280322. IBAN IT38N0335901600100000013416
|
Tutti gli orari sono GMT +1. Adesso sono le 19.49.25. |
|
|
|
|
|
 |